C’è chi predica insalate e centrifugati, per poi far fuori di nascosto il barattolo gigante della Nutella col cucchiaio da minestra. C’è chi adotta la moda di tartare e sushi, ma si commuove davanti a un panino con la mortadella. C’è chi dice "non amo i dolci" e ruba metà tiramisù "solo per assaggiare". C’è una razza, quella dell’anomalo goloso, un essere umano mascherato di virtù nutrizionistiche, che si concede il piacere proibito del cibo lasciandosi torturare dai senza sensi di colpa. Io no!
Sono una manifesta golosa: non ho un solo piatto, ho un arsenale di pietanze che fanno a pugni nella testa quando la pancia languisce urlando Io! Io! Io! Io! Io!. E non soffro di sensi di colpa.
L’ospite più goloso, in senso stretto, è l’orso: mi fa venir voglia di cioccolata e fragole, yogurt greco con una cucchiaiata abbondante di miele di zagara, budino di mandorla e cannella spolverato di granella di pistacchio e tanto tanto tantissimo gelato che amo pazzamente, estate e inverno.
C’è pure un maiale, l’ospite che mi fa diventare vorace durante le rilassate scampagnate domenicali che mettono insieme "parenti" o "amici" in vena di rimpatriate canterine: il cibo arrostito sulla legna – carni di ogni tipo, ortaggi, pane nero fatto in casa – e quei fiaschetti di vino di dubbia provenienza sono il chiodo fisso per tutta la giornata. Io sono quella che non canta perché ha bocca e gola impegnate in altra attività.
Aperitivo? Attenzione, lo scoiattolo che è in me non lascia scampo: inizia dicendo ne prendo solo una!, nocciolina o patatina che sia, ma poi le zampette si allungano ossessivamente e alla velocità della luce verso la ciotola. Senza pudore, per il terrore che possa apparire un mio simile, l’oggetto del contendere viene stoccato precauzionalmente nelle tasche. E questo in genere accade per tutta la frutta fresca.
Il procione fa capolino nelle ore notturne: dormo ma lui non si dà pace, mi obbliga a drizzarmi su dal letto, a fiondarmi verso il frigorifero e a spazzolare, con l’espressione circospetta da cleptomane, tutto quello che è immediatamente ingozzabile.
In soldoni, sono una versione del panda rosso, animale dall’appetito teneramente infinito che mangia come se non ci fosse un domani e con la stessa dedizione con cui gli umani svuotano di senso le relazioni.
Se sono innamorata, giuro e spergiuro che le Casarecce alla Norma preparate a due mani abbiano lo stesso sapore della felicità; ma se "assaggio" la fine della storia, allora via di spaghettone ruvido aglio-olio-peperoncino: l’unico cibo che consola mentre lo stomaco va a fuoco.
In quei giorni lì in cui si accende l’istinto della caccia, la Zuppa di Cozze è il viatico: il vapore denso che avvolge le valve mentre si serrano, resistono e poi esplodono in un gemito salmastro; il pomodoro che ribolle come carne viva e succulenta, che tinge tutto di piccante, che sporca le dita e le labbra. È fame, è brivido, è lasciarsi macchiare di rosso e di mare.
Se mi prende lo sconforto, a prender lo scettro è il Riso in brodo della Nonna: anonimo e trasparente come i giorni in cui la vita non ha gusto; ripetitivo e monotono, cucchiaio dopo cucchiaio, come un mantra che serve a far scivolare il tempo; non vizia, non gratifica ma riporta all’essenziale. Paradossalmente è questa la sua forza: mi tiene in piedi quando ho bisogno di non crollare e mi ricorda che anche l’insipido tiene vivi; allora aggiungo un cucchiaino di parmigiano e qualche goccia di limone e, Via!, si riparte.
Non ha un nome gourmande ed è per niente instagrammabile. È povero e ricco, è banale e sofisticato. Chiunque potrebbe prepararlo, ma in pochi sarebbero in grado di impiattarlo e soprattutto di gustarlo come si deve. Il mio piatto preferito è quello che posso mangiare da sola, con un bicchiere di vino buono e la musica ad alto volume, e sentirmi la regina della Via Lattea.
Per cominciare nel mio piatto preferito c’è un uovo fritto, rotondo e sfacciato: l’albume quasi croccante e il tuorlo morbido, l’equilibrio perfetto (grazie ad un trucchetto!). A fine cottura una spolverata abbondante di bottarga di tonno e un pizzico di tenero prezzemolino tritato finissimo: sapidità e freschezza si impastano nel palato con il velluto rosso e il bianco crunch effect. È un piacere adulto che non chiede permesso e basta a se stesso.
E se rimane appettito, nel piatto arrivano anche: una patata, lessa ma che sappia resistere al morso senza sbriciolarsi; tre pomodori datterini, piccoli e dolci playboy dalla pelle lucida; qualche fogliolina di finocchio di mare, l'erba selvatica di scogliera, la più punk che esista, rigorosamente sott’aceto per sostenere il sapore del sale e del vento; un filo d’olio extravergine, elegante e corposo, scivola su tutto senza far rumore ed eleva ogni esperienza gustativa. E qui comincio a navigare senza bussola.
La chiave di questa solida certezza è lui, l’Uovo fritto con la Bottarga: semplice e diretto, sai subito chi è; democratico, non ha ansia di scalate sociali e sa restare se stesso in qualunque contesto si trovi; sensuale come l’amore fatto bene, con un mix di morbidezza e ruvidità insieme; affidabile, mantiene le promesse e non tradisce mai. Partner perfetto, amore perfetto.