Sono l'Acqua, sono il Mare. Sono una prova di resistenza

Non fa sconti il Mare, e se provi a farlo fesso, appena tocchi il largo ti restituisce tutto con gli interessi.

Il mio elemento è l’Acqua

A Talete di Mileto sarà bastata una pozzanghera – la macchia sporca in cui si specchia l’infinito – per affermare che “l’acqua è l’arché, il principio di tutte le cose”. Io non so se sia principio o fine, ma so per certo che l’acqua è il mio corpo e la mia lingua: fatico a star ferma, riempio, trabocco, mi adatto senza diventare mai forma, accolgo e disseto, risplendo e rifletto, trascino in fondo e affogo, risospingo in superficie e cullo. Come l’acqua, offro, anzi sono, una prova di resistenza.
A volte mi sento aria: leggera ma invisibile per quanto indispensabile. L’aria non chiede permesso, entra nei polmoni che lo si voglia o no. Brezza che accarezza o tempesta che scompiglia, all’aria sono debitrice dell’ironia e del sarcasmo.
La terra mi appartiene raramente. I pitagorici le attribuivano solidità e giustizia, ma io la sento come quel tubino fasciante di un bianco slavato: mi sta stretto. Essere terra significa mettere radici, rassegnarsi all’immobilità.
Il mio antagonista è il fuoco: svetta all’improvviso verso il cielo, seduce, arde, divora. È l’amore sbagliato, impaziente, che brucia e si consuma; l’acqua ha memoria, scorre imperturbabile, tra cielo e terra si rigenera.
A volte mi faccio aria, se voglio nascondermi alla vista; terra, se ho bisogno di concedermi una tregua; fuoco, perché occorre bruciarsi per ricordare che anche un incendio meraviglioso finisce in cenere. Ma sono acqua per resistere e vivere.

Il Mare è la mia Acqua

Da giovane mi sono imbattuta in un saggio di Gaston Bachelard, “L’acqua e i sogni”: è mancato poco che mi terrorizzasse, perché Bachelard parla malissimo del mare. Già per essere acqua salata: secondo lui il sale è un segno di perversione, un elemento di corruzione che rende l’acqua disumana, contro natura, perché non assolve al suo compito primo che è servire gli uomini. Un po’ come sostenere che le relazioni omosessuali siano contro natura perché non possono esitare nella procreazione. Il disagio causato dalla malsana lettura è durato poco: l’ho liquidato dicendomi “ma che ne può mai sapere del mare uno cresciuto tra le chiare e dolci acque della verde Camargue e che ha visto per la prima volta il blu di un oceano a trent’anni?”. E poi “L’acqua e i sogni” è stato scritto nell’Europa del 1942: tempi bui.
Ho afferrato Talete come una certezza, e lì ho sentito che il Mare è la mia Acqua.

La parola “Mare” non è un sostantivo, è un verbo

È navigare. Il silenzio, il vento, la fatica delle mani da una cima all’altra, lo sguardo che punta sulla rotta e resiste al canto dell’orizzonte. Tutto bello. Ma una volta che hai messo piede su una barca, ha inizio il corso intensivo: la libertà non è uno slogan, è l’assunzione di responsabilità.
Orzi, poggi, cazzi la randa, allenti il fiocco, armi lo spinnaker. Il vento e il mare non mandano emoji: li ascolti, li senti, li capisci; in caso contrario ti puniscono. In barca non si comanda, si governa, si gestisce … e si smaschera: al primo miglio hai già chiaro chi aiuta e chi intralcia e sai qual è l’equipaggio di cui disponi. Navigare è scienza e carattere; una buona dose di fortuna aiuta pure.
Queste le basi. Navigare diventa quindi la certezza di poter salpare e di poter approdare, di attraversare i confini ma anche di riconoscere i limiti, di esplorare e confrontarsi con ciò che non ci appartiene.

È nuotare. Mi piace nuotare. Non nuoto per allenarmi, nuoto per non soccombere alla terraferma. Ogni bracciata – ripetitiva e ostinata – è una preghiera laica, e pure un piccolo atto di ribellione e di riscatto.
Patti chiari da subito: il freddo penetra nelle ossa e mette all’angolo ogni tentazione all’autoinganno. Il corpo lavora, la mente si svuota, l’ego va a fondo: nuotare è per me la più alta forma di meditazione.
Inoltre è un’attività che porta due vantaggi non da poco: uno, mi obbliga a tacere (un bonus per l’umanità); due, praticandola l’unica relazione tossica che si rischia è quella con la corrente (il bonus per me).

È pescare. Un po’ come nella vita sentimentale, non è fame, è scoprire chi abbocca (a dirla tutta, scoprire se sono ancora in grado di far abboccare!). Ho maturato una mia personale etica della pesca: mangio il pesce che catturo, rilascio a mare il pesce che non magio. Così riesco anche a tollerare la crudeltà dell’amo: una crudeltà onesta, perché non rappresenta mai un punto di non-ritorno per la preda.
La filosofia è: niente trofei, niente macho-show, solo rispetto e coltello affilato.
E poi la pesca ha anche una finalità pedagogica: educa all’attesa. Preparo gli attrezzi, seleziono l’esca giusta, mi colloco nel punto migliore e mi raccomando a Santa Pazienza. Con un piacere segreto: capire se sono io a catturare le prede dal mare o se è il mare che cattura me.

Il Mare non si conquista, si rispetta

Come fai a spiegare il Mare? In verità non si può, per quanto ci abbia provato.
Non è uno sfondo romantico, è un dispositivo di verità. Il Mare è come la bilancia quando ci si mette a dieta: ti pesa, ti misura, senza pietà. Ti dice quanto sei in grado di resistere, come modulare il tuo respiro, quali strategie adottare per imparare a tenere le paure in tasca senza fartene sopraffare. Non fa sconti il Mare, e se provi a farlo fesso, appena tocchi il largo ti restituisce tutto con gli interessi.
Dal Mare ho preso sonore sculacciate; è anche successo – ben quattro volte – che mi abbia messo duramente alla prova, come un pedagogo molto molto severo, perché non perdona leggerezze. Ma non mente. Mai. È l’amante più fedele, anche quando sembra che ti abbia tradito.
Per questo amo il Mare, checché ne dica Bachelard. Un'opinione non richiesta? Se vuoi allenare il senso di responsabilità, se vuoi scrollarti di dosso l’Ego, se vuoi imparare ad addomesticare l’attesa … buttati a Mare!

Per acque, per mari. I Tips di Rosa

IL VIAGGIO. Istruzioni per non naufragare

  • La prima volta
    All’inizio la vela - come l’amore - sembra semplice: basta lasciarsi trasportare.
    Apri le braccia, senti il vento, ti illudi che sia tutta una questione di romanticismo e di panorami.
    Peccato che poi arrivino le raffiche e le onde e capisci che serve tecnica.
    L'amore è esattamente come una barca a vela: non basta saperci salire, bisogna imparare a starci.
  • Il vento
    Il vento è come la passione: all’inizio ti riempie le vele, ti fa correre leggera, ti senti potente e bellissima.
    Poi gira, cambia direzione, cala o ti schiaffeggia.
    E tu devi imparare a leggerlo, non a comandarlo.
    Gli uomini credono di essere vento. Ma sono alla stregua di una brezza estiva: gradevoli, ma intercambiabili.
  • Le vele
    Bisogna regolarle in continuazione: se le tiri troppo, strappi la tela.
    Se le molli troppo, resti ferma.
    Esattamente come le parole e i gesti in una relazione: troppa pressione e cedi, troppo abbandono e resti alla deriva.
    In amore, le vele sono armi. Da tenere sempre regolate.
  • Le onde
    Arrivano, senza chiedere il permesso.
    E non sono mai tutte uguali: alcune ti cullano, altre ti buttano giù dalla cuccetta nel cuore della notte.
    L’amore è identico: anche quando è bello, è sempre instabile.
    Mai guardare altrove, mai distrarsi. In amore, come a vela, occorre sempre essere preparati al peggio.
  • L’ormeggio
    Che sia in banchina o in rada, saper ormeggiare è fondamentale.
    Saper ormeggiare è ancora più importante del saper navigare.
    Senza ormeggio, non ci si può fermare, non si possono dormire sonni sereni, non si è mai davvero al sicuro.
    Nell’amore, sii il tuo ormeggio, la tua ancora. Gli uomini, al massimo, sono le scialuppe.

Frase-manifesto
Navigare è bellissimo, ma solo se non confondi la barca col porto. E in amore - come in mare - la vera eleganza sta nel sapere quando alzare le vele e quando tornare a riva.

A ZONZO. Glossario sentimentale per cuori-naviganti

  • Orzare
    In vela significa stringere la rotta verso il vento.
    In amore? Quando ti avvicini troppo a chi ti fa perdere l’equilibrio. Attenzione: puoi guadagnare velocità, ma rischi di stallare e restare ferma.
    Orza pure, tesoro, ma non andare in faccia al vento: gli uomini non reggono le donne troppo dirette.
  • Poggiare
    Allontanarsi dal vento, aprire la rotta.
    Nel linguaggio amoroso, è quando ti allontani giusto un po’, lasciando che sia lui a inseguire. Funziona sempre meglio che rincorrere.
    In amore, poggio appena e lui mi segue come una barchetta scema.
  • Dare fondo all’ancora
    Fermarsi, trovare un posto sicuro dove stare.
    Quella fase in cui una storia diventa comoda… ma attenzione a non restare bloccata in fondali melmosi.
    Gli uomini vogliono darti fondo troppo presto. Resta in rada, pronta a salpare.
  • Virata
    Cambiare bordo, invertire direzione passando di prua al vento.
    In amore è quel momento in cui capisci che è il caso di cambiare uomo, senza troppe spiegazioni.
    Non è tradimento, è solo una virata ben fatta.
  • Bolina
    Andare controvento, in fatica, ma con eleganza.
    Tipico di certi amori impossibili: ti sfianca e ti fa sentire viva. Però non ci puoi stare per sempre.
    In bolina ci sto finché ho i muscoli per reggere. Poi lascio che il vento faccia il suo.
  • Cazzare le vele
    Tirare le scotte per stringere le vele e prendere più vento.
    Tradotto: farsi più seducente, più dura, più irresistibile, quando lui si distrae. Ma non tirare troppo: la vela si strappa.
    Gli uomini cazzano troppo, e si strappano loro.
  • Lasco
    Andare con il vento di poppa, rilassata, veloce e quasi senza fatica.
    Quello che succede con gli uomini giusti: tutto scorre, nulla è forzato. Raro, ma succede.
    Ogni tanto, un amore in lasco te lo devi concedere. Anche solo per ricordarti quanto sia dolce.

Frase-manifesto
Gli uomini sono il vento. Io sono la vela.

LA PESCA. Come far abboccare un uomo senza mai tirarlo a bordo

  • Mostra l’amo, non la lenza
    Un uomo va incuriosito, non imboccato.
    Lasciagli vedere qualcosa - una curva, un sorriso, una frase a metà - ma mai tutto.
    Deve avere la sensazione che ci sia sempre un altro metro di filo da seguire.
    Un pesce sa sempre quando la lenza è corta. Tu allungala quanto basta per fargli credere che sia lui a decidere.
  • Ondeggia, ma resta salda
    Flirta, sì. Ridi, toccagli la mano, sparisci un momento, torna.
    Lascia che si sbilanci, poi rimettiti dritta come l’albero maestro.
    Niente li confonde di più di una donna che sembra starci… e poi riprende il vento.
    Non c’è niente che spaventi un pesce più di una barca ferma. Tu devi restare mare.
  • Il topless è una vela
    Mostra pelle con classe, senza offrirla.
    Il sole, l’acqua, il vento e un pareo che scivola sono più pericolosi di un invito esplicito.
    Più è sicuro di vederti, meno lo avrà.
  • Fagli credere che sta conducendo lui
    Fagli maneggiare le vele, lascia che parli di nodi, di venti, di correnti.
    Annuendo, gli farai credere che sta guidando lui.
    In realtà sei tu che decidi quando ormeggiare.
    Lascialo remare, ma tu resta al timone.
  • Sorridi mentre scappa
    Quando capisce che non lo tirerai a bordo - perché non ti serve - se ne andrà, borbottando qualcosa sul vento, sulla marea, sulla vita.
    Sorridi lo stesso: vuol dire che l’hai pescato, l’hai fatto sentire vivo, e l’hai lasciato libero.
    Nessun pesce dimentica la rete da cui è scappato.
    Non tutti i pesci sono da mangiare. Alcuni servono solo a ricordarti quanto sei brava con la canna.

Frase-manifesto
In barca, come nella vita, l’uomo migliore è quello che abbocca, scodinzola e torna in mare con un bel ricordo di te. Non quello che ti occupa la cabina.