Quel momento dell'anno in cui si sancisce la cesura tra l'estate e l'inverno - cosa che avviene di punto in bianco, almeno dove vivo io - nella cucina si consumano gli ultimi tentativi di afferrare nel piatto o nel bicchiere la memoria della bella stagione. Nasce così la Blueberry Colada: comincia dolce come una bugia ben raccontata - ananas e cocco illudono che sia ancora in vacanza - e poi arriva il rum scuro a ricordarti che la vita è più "Havana noir" che cartolina caraibica.
E soprattutto lui, il mirtillo nero, il più discreto dei frutti, eppure il più vendicativo. Piccolo, rotondo, sembra innocente; è invece una macchia indelebile.
Mai smielato, è acidulo, pungente, un po’ selvatico. È l’amante che non ti concede tutto, ma quel poco che offre è indimenticabile.
Il succo, scuro come inchiostro, sa di medicina e di sortilegio: ti cura e ti strega allo stesso tempo. A molti non piace, ma resta negli occhi (e nei denti) di chi osa morderlo.
I mirtilli pestati sono la traccia visibile dell'inganno che stai cercando di mettere in scena: arrenditi!, te lo dice anche la pioggia battente da giorni che l'estate è finita!
Non si beve: ogni sorso è un flirt col peccato, un passo più vicino al baratro di un bacio sbagliato.
Se la Piña Colada è turistica, la Blueberry Colada è clandestina.
È il cocktail di chi ancora disperatamente cerca la leggerezza e la vertigine delle giornate trascorse sulle isole tra spiaggia e barca.
E quando finisci di sorseggiarlo e accetti di riporre nell'armadio le infradito, resta sulle labbra un colore scuro che non va più via.