Cara Rosa,
sto per andare in pensione. Ancora un mese e poi finalmente sarò libero: questo è quello che mi ripetono tutti quasi fosse un mantra, "finalmente libero".
E allora io ho cominciato a riflettere su questa mia "libertà". Un disastro: perché dopo quarantadue anni di lavoro (sempre lo stesso), quaranta di matrimonio (sempre con la stessa donna), tre figli, una decina di cari amici tali da quando ho memoria di esistere, io non mi sento affatto "libero" al pensiero di non andare al lavoro. Esattamente il contrario.
Hai presente quella canzone che fa "ma io lavoro, per non stare con te"? Ecco, quello sono io: mi sto rendendo conto di avere approfittato del tempo del lavoro per non essere costretto a dedicare tempo alla famiglia, agli amici, agli hobby (di chi?).
È terribile quello che sto scrivendo, è terribile che abbia maturato questa consapevolezza. E dico: voglio lavorare! E se non posso lavorare, fatemi vivere! Fatemi vivere in pace! Fatemi viaggiare! Fatemi andare a donne, con tutte le donne che mi vorranno, con tutte le donne che vorranno starmi accanto senza legami e senza prospettive.
E non voglio sentirmi una brutta persona per questo. Mi dispiace per la mia famiglia e per i miei amici, perché forse non sono stato leale con loro in tutti questi anni, ma solo ora mi rendo conto della mia simulazione.
Ora però voglio davvero sentirmi libero, Rosa, libero!Giovanni, 64 anni
Caro Giovanni,
se questa è una crisi di mezza età, beh!, diciamolo, che ti è esplosa appena dopo il tempo regolamentare, in zona Cesarini, come i migliori colpi di teatro.
E io ti dico subito una cosa che nessuno ha il coraggio di dirti: bravo!. No, davvero, bravo! Perché almeno tu hai avuto il coraggio di confessartelo. Di scrivere nero su bianco che quarantadue anni di lavoro e quaranta di matrimonio non ti hanno "liberato", ma ti hanno "celato". Come una coperta termica sopra il gelo di un’identità mai esplorata.
Tu non stai andando in pensione. Tu stai andando a nudo. E sei terrorizzato. Perché sotto l’uniforme da lavoratore, da marito, da padre, da amico modello, non sai chi c’è.
Hai fatto la cosa più difficile: ammettere che il ruolo ha preso il posto dell’essere. E adesso che il ruolo si ritira, non c’è più nessuno a reggerti la maschera. Hai voglia di donne, di viaggi, di solitudine, di leggerezza, di prospettive che non siano condivise. Sai cosa vuol dire? Vuol dire che vuoi conoscere finalmente te stesso, senza dover piacere per forza a qualcuno.
Non c’è nulla di scandaloso. A meno che non si pretenda di restare comodi nella bugia e tu, caro Giovanni, hai scelto la scomodità della verità. Ti senti in colpa? Certo. Perché è difficile accettare di aver simulato per anni. Ma peggio ancora sarebbe continuare a farlo, pur sapendo che la commedia è finita.
Ora, non ti resta da fare che una cosa: vivere. Ma non come fuga, non come ripicca da manuale del "sessantenne liberato". No, no. Come inizio. Senza scuse. Senza ruoli. Senza doveri non scelti. E soprattutto senza più paura di sembrare "una brutta persona". Che poi - te lo dico con l’affetto di una donna che ha visto più verità nei vizi dichiarati che nei sacrifici silenti - le "brutte persone" di solito si mimetizzano.
Tu, oggi, hai scelto di mostrarti. E questo, caro Giovanni, è l’unico modo onesto per diventare finalmente libero, quale che sarà la strada che deciderai di percorrere. Buona fortuna!
Con rispetto e uno sguardo dritto negli occhi,
Rosa Rosæ