Una perla di saggezza che ho intercettato su Instagram, recitata da una bimbina tenerella - ma pure convincente - che tiene in mano l'ananas.
Il testo a corredo del post:
In un mondo che ti vuole dura o invisibile, scegli la grazia, la gentilezza e il potere.
Puoi essere forte e luminosa, dolce e determinata.
Puoi guidare con il cuore e pretendere la vita che meriti.
Le donne più potenti non perdono mai la loro dolcezza mentre costruiscono imperi.
Guariscono, lottano e sollevano le altre.
Perché le vere regine non si sgretolano.
Brividi! Che dire, sorelline, il marketing motivazionale vince sempre.
Apprezzo la frutta tropicale e ho un’educazione sentimentale più complessa di un frullatore, ma mi chiedo: e se invece di un cuore dolce ci fosse un cuore marinato nel sarcasmo, con retrogusto di esperienze passate e una guarnizione di scelte discutibili?
C'ho riso (amaro) su, ma so bene che tenerezza e cinismo convivono, come l’ananas sulla pizza: una scelta opinabile, ma legittima.
In un gioco semiserio che si consuma sotto l'ombrellone, vi confesso che io sono un ananas al contrario. Il cuore dolce ce l’ho. Lo so. È lì, tenero, profumato, ingenuo come certe lettere mai spedite.
Ma per proteggerlo, per tenerlo lontano dal coltello da cucina, mi sono costruita intorno un’armatura di foglie spinose. Un outfit da carciofo di stagione.
Mi vesto di sarcasmo, mi profumo di cinismo, faccio l’altezzosa alle cene e l’impertinente nei DM. Parlo d’amore come si parla di bollette: con una certa disillusione e un occhio al calendario.
Ma dietro questa corazza vegetale – che somiglia tanto alla difesa affettiva delle cinquantenni che hanno smesso di aspettare messaggi – c'è ancora quel cuore d’ananas. Dolce, sì. E anche stanco. Ma mai disilluso fino in fondo.
Sì, se proprio devo essere qualcosa, piuttosto che al frutto-ananas ambisco al fiore-carciofo. Ti devi dare il tempo di sfogliarlo, con pazienza. E se arrivi fino al fondo, il cuore non è zuccherino: è buono davvero, ma va trattato con rispetto.
Crudo o lessato, richiede attenzione. E guai a chi ci mette il burro quando ci va solo l'olio buono. Consentito il limone.
Mettiamola così: potrei essere un carciofo dentro cui batte un cuore di ananas. E rido.
Esaurita la parabola intima, si torna alle cose "serie". La sociologia delle emozioni – vedi Illouz, vedi Hochschild – ci direbbe che l’ananas non è solo frutta, è una performance. Essere forti ma dolci. Indipendenti ma premurose. Spontanee ma curate. Praticamente un frutto tropicale sotto vetro.
Dietro ogni femminismo glamour e dalla corona dorata, si nasconde un sistema di aspettative internalizzate. La retorica della "self-confidence" in salsa tropicale è solo l’ennesimo format performativo richiesto alle donne: forti, fiere, sexy, spirituali, e possibilmente biologiche.
E poi - cosa che il reel di Instagram non dice mai - c'è il conto da pagare. Arlie Hochschild lo chiama lavoro emotivo: sorridere mentre pungi, offrire “cuore dolce” anche quando la scorza brucia. Eva Illouz ci ricorda che il capitalismo delle emozioni monetizza i sentimenti: la self-confidence diventa capitale simbolico spendibile in like, ingaggi, brand di cosmetica con etichetta femminista a stampa oro.
La corona? In realtà è una ring light. "Dritta" significa sempre in assetto, zero cedimenti, core attivo pure mentre lavi i piatti. "Cuore dolce" vuol dire disponibilità emotiva h24: sorridi, comprendi, accogli; ma non esagerare, che "diventi invadente". E naturalmente biologica nel senso di green, pulita, sostenibile, possibilmente senza peli e senza rabbia. Il pacchetto completo del femminismo presentabile.
È una checklist impossibile: forte ma non minacciosa, sexy ma non "troppo", spirituale ma produttiva, spontanea ma con feed curato. Se sei dura, sei "fredda"; se non sorridi, "acida"; se sorridi, "disponibile". Intanto l’algoritmo premia la versione con cappellino di paglia e parole gentili: empowerment sì, ma senza spettinarsi.
L’ananas è stato per secoli status coloniale e simbolo di "ospitalità" borghese. Oggi la sua estetica patinata fa lo stesso lavoro: ornare l’idea che la tua forza debba essere bella, vendibile e, soprattutto, non disturbare.
Non siamo frutta, non siamo cartelloni pubblicitari ambulanti. La fiducia non si spruzza con un "reel motivazionale", si costruisce: chiede margini, alleanze, tempo. Non è un sorriso di servizio: include anche diritto al muso, al no, alla stanchezza.
Va bene la corona quando te la scegli tu, ma niente sotto-vetro. E, soprattutto, meglio di una qualunque corona, ci sono le "spalle", quelle persone care che ti tengono il cappoto mentre riponi l'armatura.
Quindi, disattiviamo il formato "frutto tropicale" e torniamo ad essere creature umane: imperfette e libere.