Rock, Indie, Post Punk, Jazz. Onnivora, con un palato selettivo

Una discografia fatta di tagli netti: ogni fase della vita ha il suo vinile graffiato, il suo CD masterizzato male, la sua playlist clandestina.

La musica degli esordi, tra elementari e medie

Tutto è cominciato con Dammi il tuo amore / Non chiedermi niente / Dimmi che hai bisogno di me / Tu sei sempre mia anche quando vado via / Tu sei l'unica donna per me … Vinile 45 giri del 1979 – lato A Tu sei l’unica donna per me, lato B All Day in Love – di Alan Sorrenti. Era il 1980, la mia prima festa di compleanno con i compagni di classe, il regalo di uno di loro. Capite bene che, a partire da qui, la strada non poteva essere che tutta in salita (o in discesa, questione di prospettiva). Sorrenti cantava l’amore eterno con la stessa voce con cui ti viene chiesto di stirare la camicia tanto sei già lì vicino all’asse.
Dammi il tuo amore / Non chiedermi niente. L’intro - ma non avrei mai potuto intuirlo - era l'ostensione del curriculum dell’uomo medio, quello che vuole tutto e pretende silenzio: una specie di "pacchetto deluxe" del maschio mediterraneo anni Settanta.
Dimmi che hai bisogno di me. Che, tradotto, equivale a conferma la mia virilità fragile a orologeria.
Tu sei sempre mia anche quando vado via. Un capolavoro! L’amore concepito come proprietà privata, con clausola di usufrutto anche in assenza. Roba che neanche il Catasto.
Tu sei l’unica donna per me. Bellissima, sì, ma ora so che suona esattamente come una promessa di fedeltà fatta davanti a un bicchiere di prosecco: dura meno delle bollicine.
E la versione sul lato B, All Day in Love, scritta a quattro mani con Steve Kipner e proposta in inglese, non era da meno. Ancora più zuccherina, una dichiarazione di disponibilità perpetua - amami tutto il giorno - che fa sospettare una strategia da playboy con ruoli multipli.

Quell’anno, insieme al diario Holly Hobbie col lucchetto e una cartella Fiorucci, di 45 giri ne ho ricevuti ben tre. A fare compagnia ad Alan Sorrenti, c’erano la Raffa nazional-popolare e Rod Stewart. Che c’azzeccano? Niente, ma a caval donato non si guarda in bocca. Raffaella Carrà con Tuca Tuca: canzone vecchia, del 1971, must alle nostre feste bambine perché ci piaceva scimmiottare la coreografia di Don Lurio. Un tocco ammiccante a spalle, fianchi e ginocchia, sculettando: una parentesi di emancipazione pop. Noi cavalcavamo le note con tutta l’innocenza del caso, ignari.
Tuca Tuca, l’ho inventato io. Tuca Tuca stava a indicare un codice segreto per flirtare senza sembrare troppo disperata. Lo avremmo scoperto due anni dopo.
Per poterti dire: mi piaci, mi piaci, mi piaci, mi piaci, mi pia! La versione anni Sessanta del like multiplo su Instagram.
Ti voglio, ah-ah / Ti voglio, ah-ah-ah. Incoscienti. Questo eravamo. Se avessimo avuto coscienza avremmo capito che, nell’Italia bacchettona e ben pensante che era, cantare a squarciagola Ti voglio! senza se e senza ma equivaleva a pornografia da salotto.
È tanto bello star con te. La parte tenera, tenerissima.
E quando ti guardo, lo sai cosa voglio da te! Fine della diplomazia e del pudore da educazione cattolica.
Per quanto le nostre madri, nel vigilare, arrossissero (o sbiancassero, dipendeva dall’indole), non hanno mai osato vietare il Tuca Tuca. Ed è stato salvifico: solo Raffa avrebbe potuto contrastare il rischio di danni permanenti da Alan Sorrenti. Tuca Tuca è stato il richiamo alla leggerezza; a una gestualità spontanea e sovversiva.

Quanto a Da Ya Think I’m Sexy? del 1978 … che dire? Noi nanetti non avevamo ancora approcciato lo studio delle lingue e le nostri madri erano della generazione la cui seconda lingua era rigorosamente il francese. Nessuno capiva nulla di quel testo. Meno male. Di Rod Stewart si apprezzava la voce graffiata e il ritmo che suggeriva Scatenatevi così stanotte dormirete profondamente. Se avessimo saputo ….SE …
Se vuoi il mio corpo e pensi che io sia sexy, avanti dolcezza, fammelo sapere. La pretesa è tutta lì, chiara, tocca a te dire di sì o di no (forse, di sì o di sì).
Se tu hai davvero bisogno di me / allunga la mano e toccami. Un sottotesto da volantino discoteca anni Settanta: niente poesia, niente metafore, solo la call to action più esplicita della storia del pop.
Avanti tesoro, dimmelo. Qui Rod diventa il copywriter disperato che non sopporta i tempi morti: non vuole seduzione, vuole la risposta immediata, stile Amazon Prime.

La consapevolezza dei generi che "non preferisco"

Eccoli i miei esordi. Mi hanno segnata. Ogni fase della mia vita, quanto a musica, ha avuto un Alan Sorrenti (il manuale dell’illusione romantica dal falsetto cosmico) prontamente messo in discussione da una Raffaella Carrà (il manifesto femminista dalle note leggere e liberatorie) e da un Rod Stewart (la bandiera del sesso senza veli poetici e dalla voce roca).
Ed ecco perché non sopporto quando mi chiedono, al primo appuntamento, Che musica ti piace? quasi fosse un test psicologico da due righe. Come si fa a spiegare che i miei gusti musicali non riescono a stare neanche in una playlist di Spotify e vivono di una cartografia complessa in scala 1:1?. La vera verità è che, fino a un certo punto della mia vita, ho selezionato brani a seconda che volessi farmi a pezzi (lo struggimento) oppure cercassi una parentesi adrenalinica (la sopravvivenza). Adesso, dopo il lungo peregrinare, un po' di chiarezza è stata fatta. A partire da quello che cerco di evitare: e dico "cerco" perché la strada verso la "sanità musicale" è stata, ed è, lunga e tortuosa, e ogni tanto sopraggiungono "ricadute". Come quella del Folk, ad esempio, nostalgia di un passato che non ho mai vissuto (ma qui si dovrebbe aprire un capitolo a parte).

Evito, si fa per dire, il Pop: troppo zucchero a velo sulle mie frustrazioni. E mi fa venir da piangere. L'immagine è tanto nitida quanto mortificante. Io sola in cameretta con una birra, già troppo calda, sul comodino: pellicola di infimo ordine con le canzonette che fanno da colonna sonora al mio finto dramma esistenziale, mentre il cuore batte al ritmo sbagliato.
Arriva Benson Boone con Drunk in My Mind: Dopo aver assaggiato il tuo vino / Mi hai ubriacato la mente; il lamento dolce-amaro del ragazzino americano che fa finta di essere adulto. Io, l'adulta europea che si trastulla nelle paturnie da ragazzina; fuori tempo massimo. Perfetto sottofondo per aprire la seconda birra (fresca, gelida) e chiedermi se la malinconia sia uno stato d’animo o una strategia di marketing.
Segue il duetto tossico per eccellenza, Lady Gaga & Bradley Cooper con ShallowDimmi una cosa, ragazza / Sei felice in questo mondo moderno? / O hai bisogno di più?  ... Dimmi qualcosa, ragazzo / Non sei stanco di cercare di riempire quel vuoto? / O hai bisogno di più? ... Sto precipitanto ... Ho toccato il fondo ... L'acme è raggiunta. Lui sussurra come l’ex che non sa cosa vuole; lei esplode come chi sa benissimo cosa vuole, ma si vergogna ad ammetterlo. Per quanto la canzone sia da urlare stonata alla finestra mentre il vicino chiama i vigili, la scena di una "me" in versione "cameretta-birretta-pop" non è mai shallow, è sempre un po’ too much.

Assolutamente evito il Metal puro: troppa messa in scena da tragedia greca, troppi urli gutturali, troppi uomini che credono di essere vichinghi quando in realtà vivono ancora con mammà. Il Metal è il cosplay sonoro della rabbia adolescenziale, e io non ho più tempo per un headbanging che spettina. E a proposito di hair style, troppi capelli unti. Mancanza di empatia anche per la Techno: mi sembra di ascoltare un ECG con le casse al massimo, un loop infinito e non significante che fa solo perder tempo. Roba perfetta per chi voglia smarrirsi in un hangar alle quattro del mattino masticando chewing-gum come fosse un atto mistico. Io, a dirla tutta, non ho bisogno di un basso ripetuto per sentirmi alienata: ci riesco benissimo leggendo (o rileggendo, se necessario) i messaggi su WhatsApp.

Sul Reggae, invece, non ho ancora una posizione definitiva, perché l’idea di vivere "no stress" con ritmi dilatati è carina. Ma è troppo lento, troppo stonato, troppo della serie Andrà tutto bene! (ve li ricordate gli anni folli del Covid?), mentre io so benissimo che non andrà bene un bel niente. Il Reggae è la normalizzazione musicata della procrastinazione. Troppo anche per me! Anche in quella versione Reggae-Pop-Chill che ogni tanto mi fa drizzare le orecchie ma poi mi stomaca, come nel caso di Achille Lauro feat Rose Villain con Fragole, panna e champagne / Fragole sotto la luna / Stanotte un altro dirà / "Non l'ho mai detto a nessuna" / Bambolina, domani torno da te / Con una nuova bugia / Tanto non ti importa di me ... Aperitivo annacquato con zucchero sopra. Suona come il bigliettino d’auguri di un discount e, in tutta sincerità, quel domani torno da te con una nuova bugia è l’inno nazionale di tutti gli uomini che ho già archiviato nel cestino dell'indifferenziato non riciclabile. Il ritmo promette estate, potrebbe pure stare nella playlist da stabilimento balneare, ma sa di acqua frizzante tiepida e neanche un ventenne stanco al terzo Spritz se la filerebbe. Io, che sul Reggae nutrivo già parecchi dubbi, preferisco brindare con un bianco ghiacciato, qualche fragola, ma senza panna né bugie.

Al bando senza processo, per direttissima, Rap e Trap. Il Rap è autobiografia urlata con rime forzate, in cui ogni verso è mamma, quartiere, soldi, rispetto. Bello all’inizio, ma dopo la terza rima con fratello diventa più monotono di un ex che ti racconta ancora quanto sia stato meraviglioso il tempo del liceo. Il Trap è la versione caricaturale del Rap con l’autotune al posto del talento. Catene d’oro-plastica, testi copiaincolla su droga e soldi, e beat che sembrano il microonde quando scaldi il sugo. Chiedo venia ma non li sopporto: non c’è ironia, non c’è sensualità, non c’è pensiero; solo testosterone a credito e fraseggi stitici. Non ce la faccio proprio a sentire uomini che si autoproclamano re del quartiere quando non sarebbero in grado di regnare neanche su un'isola ecologica.
Uscivo con un tizio che impazziva per Random e salire sulla sua auto comportava ascoltare in loop Siamo di un altro pianeta: In amore non vince chi lascia / Ma chi tiene il segreto / Non ti ricordi chi sei quando ti senti uno zero / Ma ti ricordi chi sei quando ti perdi davvero ... Giuro sulla coda dei miei gatti che c'ho provato, nel senso che mi sono impegnata a capirlo, ma niente: rimane poesia da sottobicchiere, una specie di Bignamino delle frasi motivazionali da tazza Ikea, frase perfetta per un tatuaggio da rimpiangere dopo i trent'anni. E quella cosa che sai chi sei solo se bisticci con Google Maps ... troppo prêt-à-porter questa filosofia. Ma ho voluto dar loro un'altra occasione, sia al tizio che a Random, e ho ascoltato anche Sono un bravo ragazzo, yeah, un po' fuori di testa / Ai miei cari do il mondo, oh, spesso non tengo niente per me / Se lo penso lo dico, ah, se lo dico lo faccio / Emozioni in matita, eh, certe cose non fanno per me ... Una sottospecie di esergo da usare, quando non si ha altro, sulla Bio di Tinder con cui metti in chiaro che hai il portafoglio vuoto, che confondi l'impulsività con l'onestà, che non sai gestire i sentimenti. In soldoni, una persona problematica che non fa male a nessuno, tranne alle orecchie di chi lo ascolta. Io e il tizio non ci siamo incontrati mai più e non so, da allora, che fine abbia fatto Random.

Sicuramente ci sono due generi che, pur non rientrando tra i preferiti, mi offrono opportunità e strategia. La Musica Classica: status symbol quando devo mescolarmi a quelle signore con pelliccia che applaudono Chopin come fosse il loro parrucchiere personale; ma anche metafora di quei certi momenti in cui passi la vita a sudare su scale (musicali) che nessuno ascolterà mai. Ma un concerto di Classica è la copertura perfetta per fingersi sofisticata davanti a un uomo che altrimenti ti prenderebbe per frivola; è come indossare occhiali da vista senza diottrie per darsi l'aria da intellettuale. Idem per la Disco Music: troppa plastica, ma in certe occasioni si rivela un'arma potente, niente di più, niente di meno. La Disco non si ascolta, si usa: per ballare, per sedurre, per ipnotizzare. È la colonna sonora ideale quando vuoi smettere di parlare e cominciare a far succedere qualcosa: sesso sudato sotto la sfera a specchi.

Preferisco solo la musica che mi spiazza e che mi fa ballare dentro

Rock, Indie, Post Punk, Jazz. Il medioevo oscurantista della triade Sorrenti-Carrà-Stewart è definitivamente superato. Rimango onnivora, ma con un palato selettivo.
Innanzitutto il Rock, l’alfabeto di chitarre, distorsioni, riff. Perchè all'aperitivo con DJ set longue preferisco il concerto sudato. Il Rock è l’ossigeno, la musica che ascolto quando voglio ricordarmi che sono viva: Patti Smith, Iggy Pop, Janis Joplin, Led Zeppelin, PJ Harvey e pure Leonard Cohen nella declinazione più folk. La chitarra che graffia mi rimette al mondo, anche quando il mondo mi sembra un parcheggio del supermercato. Il rock è l’amante che ti fa male e che torni a cercare, sapendo che brucerai di nuovo.

L'indipendente Indie (anche se di indipendente non ha più nulla da anni) resta il rifugio di chi vuole cantare la fragilità senza ammettere che è si tratta solo di marketing emotivo per quindicenni arrabbiate col mondo. Lo ascolto per smontarlo, mi prendo gioco della sua estetica da maglione bucato e lucine, ma alla fine finisco col cantarlo anch’io con la sigaretta fumante in mano. Arctic Monkeys, The National, Florence + The Machine: è il momento in cui mi concedo di piangere in bagno, ma con eyeliner waterproof.

La vera palestra interiore si apparecchia però con il Post Punk: suoni taglienti, parole dure, atmosfere di piombo. È musica che ti dice Balla pure, balla sulle macerie!. Mi sento a casa: nero, spigoli, bassi che scavano lo stomaco. Joy Division, Siouxsie and the Banshees, Bauhaus, Interpol sono il manuale di istruzioni per ballare sui miei fallimenti. Il Post Punk è la colonna sonora delle passeggiate notturne, quando la mia città sembra Berlino Est, e io sono sola con le malinconie e un paio di anfibi.

Con il Jazz entro nel Tempio, in un luogo sacro. Non quello dei salotti colti e dei bicchieri di cristallo, ma quello vero: improvvisazione, rischio, dissonanza ... tutto diventa bellezza pura, vertigine. È la musica che non ti chiede di essere capita: ti trascina, ti prende a schiaffi e ti fa scoprire che la libertà può essere dolorosa. Coltrane, Mingus, Baker, Sun Ra, Davis, Jarrett. Il Jazz è il suono del rischio: non sai mai dove va a finire, eppure ci vai dietro lo stesso. Perché il Jazz non è mai il sottofondo musicale della routine quotidiana, ma il tema principale della melodia di un'esistenza intera.
Il capolavoro assoluto è il Köln Concert di Keith Jarrett, un piano solo del 1975 (pensate, ancora prima della Triade malefica!). Non c'è canto, non c'è testo, solo musica: improvvisazione pura che cattura la carne e l'anima. Un flusso infinito in cui sprofondare come fosse l'abbraccio da cui non ci si vuole separare. Jarrett geme, sbuffa, si piega sul pianoforte e ti seduce senza sfiorarti. Quel giorno, a Colonia, Jarrett non ha solo suonato: ha dimostrato che la vita migliore è quella che non ti prepari, che ti sorprende mentre sei distratta. E io, ogni volta che lo ascolto, mi ricordo perché amo il Jazz. Perché è complicato, contraddittorio, esagerato, rumoroso, sensuale. La prova provata che la bellezza non ha bisogno di parole.