Un tempo la "famiglia" si fondava su una "struttura chiara e semplice": padre, madre e prole. Dove spesso il padre lavoratore è assente, la madre casalinga é esausta, i figli vanno in terapia. Sì lo so, generalizzo ed esagero, perché nella realtà qualche quadretto idilliaco è esistito per davvero.
Ma diciamocelo con sincerità, non erano (come non lo sono tuttora) così "eccezionali" gli isterici teatrini della normatività familiare, dove l’unica verità ammessa è che i bambini devono avere un papà con l’autorità nel portafoglio e una mamma con la pazienza nel grembiule. Tutto il resto è considerato devianza, confusione, pornografia sociologica.
Eppure - sorpresa! - la famiglia tradizionale, quella così spesso evocata come modello naturale, è in realtà un costrutto storico e culturale relativamente recente, codificato in Europa solo nell’Ottocento borghese, insieme al corsetto e alla sifilide romantica.
Da qualche decennio il costrutto "famiglia" è diventato più complesso, è diventato Queer. Panico!
La famiglia queer - termine che abbraccia configurazioni affettive e genitoriali non eteronormate: coppie omogenitoriali, famiglie allargate non biologiche, triadi affettive, famiglie scelte - mette in discussione l’assunto per cui "famiglia" significhi solo vincolo di sangue + dovere + rimozione. Non è un’ideologia, ma un dato di realtà che le scienze sociali osservano, documentano e - sorpresa! - non patologizzano.
E mentre i talk show si stracciano le vesti perché "i bambini hanno bisogno di una mamma e di un papà", la teoria queer ci ricorda che la famiglia non è mai stata "naturale". È sempre stata nient'altro che un costrutto.
Judith Butler lo aveva detto a partire dagli anni Novanta smontando la favoletta del "secondo natura" nei legami familiari: in Undoing Gender del 2004 ribadisce che l’identità di genere e di ruolo è una performance reiterata e non essenza biologica. David Eng (The Feeling of Kinship, 2010), la famiglia queer è il luogo dove l’amore non è una trappola narrativa, ma un patto affettivo aperto, negoziato e fondato sulla reciprocità. Donna Haraway (Staying with the Trouble, 2016), con la grazia di un bulldozer, ci aggiunge: "famiglia è chi si prende cura di te, punto", regalando la visione di "parentele oltre il sangue".
Intanto, nelle università si moltiplicano studi che mostrano come i bambini cresciuti in famiglie omogenitoriali, poliamorose o "scelte" non siano né più nevrotici, né più soli, né più inclini a ballare sul cubo (se poi lo fanno, è per gusto personale, non per trauma familiare): in particolare gli studi longitudinali di Susan Golombok (We are Family, 2020) dimostrano che i figli e le figlie cresciuti in famiglie queer sono psicologicamente stabili, socialmente integrati e mediamente più tolleranti di quelli educati a colpi di "il papà comanda".
Non si tratta di distruggere la famiglia, ma di smetterla di farla coincidere con il copione eterosessuale e patriarcale.
La famiglia è queer non perché stramba, ma perché mette in crisi l’idea di una norma univoca su chi abbia diritto a essere incluso in una data "famiglia". Per i feticisti della peer review ancora una citazione, Elisabeth Beck-Gernsheim (Reinventing the Family. In Search of Lifestyles, 2002) di cui mi piace molto la definizione di "famiglie patchwork": sistemi dinamici, ricombinati, capaci di adattarsi meglio alle trasformazioni sociali che non la famiglia cosiddetta "tradizionale". E mi piace ricordare, come spiega bene Eva Illouz (Il nuovo ordine amoroso, 2015), che l’amore oggi è più che mai influenzato dalle strutture sociali e capitaliste, e proprio per questo la capacità di reinventare legami affettivi è un atto politico.
A lei si deve lo sdoganamento della questione in Italia. La scrittrice descrive la sua famiglia queer come una creazione affettiva in costante trasformazione, fondata sullo ius voluntatis - il diritto alla scelta - e non sul sangue. Quindi "famiglia ibrida" come atto di volontà, piuttosto che la definizione banale di "famiglia non convenzionale".
Nella sua famiglia convivono: lei stessa, il marito Lorenzo Terenzi, alcuni "figli dell’anima": figli adottivi di molte età, arrivati in momenti differenti, che vivono il legame come "moltiplicativo, non possessivo".
Nella sua famiglia la fedeltà è alla cura, non al sangue. Michela Murgia rifiuta l’idea che la cura sia una prerogativa biologica: "Chi fa la cura, paga le rate, bagna le piante, ritira i panettone, chiama l’idraulico ... ci penso io, ci pensiamo noi". Perché la famiglia si sostiene coniugando responsabilità, non possesso.
Utilizza spesso la metafora del nuraghe sardo (torre che dialoga con le altre) per rappresentare il modello di una famiglia flessibile: un punto di riferimento capace di espandersi (per aiutare in caso di malattia o crisi) e comprimersi (in tempi di cambiamento e ristrutturazione).
Il conflitto nella famiglia queer è segno di salute, perché l’amore non è mai dato per scontato: "Si litiga per restare. Quando ti vuoi davvero allontanare, non litighi".
In breve, nella famiglia queer di Michela Murgia è evidente che il centro non è più la coppia patriarcale, ma una rete resiliente, mash-up e consapevole.
Il sistema patriarcale, abituato al suo caro vecchio schema "lui lavora, lei stira", suda freddo di fronte a un modello affettivo che non prevede più il dominio ma la negoziazione.
La famiglia queer rompe, infatti, due grandi illusioni collettive: che l’amore abbia bisogno di una cornice normativa per esistere; che il controllo sociale passi ancora dalla tavola apparecchiata e dalla recita di Natale con la mamma che piange e il papà che filma.
Il problema, come sempre, è lo sguardo.
Il disagio sociale non lo crea la famiglia queer. Lo crea la difficoltà di leggerla fuori dallo schema binario, biologico, proprietario.
Il patriarcato non soffre perché "i bambini saranno confusi". Soffre perché non controlla più la grammatica dell’affetto, preché i bambini imparano ad amare in libertà.
La famiglia queer è un campo di libertà. E la libertà, si sa, è il più grande scandalo in una società abituata a sorvegliare l’intimità.
Per me "famiglia" è quel posto in cui ci si parla, ci si ascolta, ci si ama. Nella famiglia queer tutto questo accade senza ruoli prestabiliti. Quindi, la prossima volta che qualcuno ti dice: Eh ma i bambini hanno bisogno di riferimenti!, con molta serenità puoi rispondere Hai ragione. Ed è per questo che li cresciamo in un contesto dove non serve indossare una maschera per essere amati. L'amore non ha bisogno di essere normato.