Al tempo di mia nonna l’amore nasceva al mercato o in chiesa. Al tempo mio, in biblioteca, a una festa di laurea, sulla spiaggia o al baretto estivo.
Ora nasce su un’interfaccia touchscreen, scorre in uno stream di sorrisi preconfezionati, si consuma in conversazioni incostanti e si dissolve tra le notifiche silenziate.
Swipe, ghost, repeat: benvenute e benvenuti nel mondo del desiderio mediato da API.
Nelle dating app ti vendono l’idea dell’incontro magico, ma al momento della consegna a domicilio arriva un laconico "ciao bella!" delle 23:59 che lascia intuire la manina sventolante sulla testa a mo’ di vaffanculo. Tutta colpa di quel presuntuoso dell’algoritmo che ti promette affinità ma, mentre tu stai lì a cercar rispetto, ti arriva un toc-toc da chi posta solo foto di piedi.
Le dating app sono l’unico posto dove:
- Le bio sono pseudo-marketing dell’anima con zero benefit e nessun preavviso
- Ti imbelletti per parlare con un avatar e sparire nel nulla
- Scrivi "cercasi uomo vero" mentre posi con sei filtri, un cane in prestito e l’ex tagliato via
- Matchi con uno che ama i viaggi, poi scopri che non si muove dal divano dal 2020
- Sei obbligata a sorridere (se non lo fai, sei fredda!) al tizio che risponde con un meme dopo una settimana
Alla fine disinstalli il profilo e pensi: non voglio un amore digitale, lo pretendo solo educato.
Nel suo lavoro The Allure of the Swipe (2021), la sociologa Arielle Kuperberg evidenzia come le dating app abbiano trasformato le relazioni in un mercato a visibilità selettiva, dove il capitale erotico (bellezza, età, fotogenia) regola l’accesso al contatto.
E come scrive anche Eva Illouz in Why Love Hurts (2012), la tecnologia amplifica le gerarchie sociali già esistenti. In parole povere: se eri trascurabile al bar, lo sei anche online, ma te lo dicono con un silenzio ancora più crudele.
Secondo Roberta Piazza (Digital Intimacy, 2022), l’iper-connessione delle dating app produce una nuova forma di ansia relazionale: la sensazione che ci sia sempre "di meglio" a un solo swipe di distanza. Questo crea instabilità cronica, relazioni-bolla, e un’ossessione da auto-marketing. Si finisce per essere sempre disponibili, ma mai realmente presenti. E nel dubbio, molti preferiscono ghostare. Non perché siano cattivi. Ma perché è previsto dal sistema operativo.
A che serve quindi? Io ancora non l'ho compreso!
Curiosa come una scimmia, mi son fatta un giretto con amiche e amici abbastanza esperti e, con qualche ragionevole perplessità, e premettendo che ogni App ha una propria rispettabilissima vocazione antropologica, questa è la mia sintesi.
L’amore al tempo delle app è come il Wi-Fi in treno: intermittente, instabile e ti lascia proprio quando stavi cominciando a sperarci.
E in questa economia del disincanto, se "love" uguale "algoritmo", tu stai proprio fuori banda.