Il corpo esposto diventa "capitale" e l'identità "performance"

Glutei per parlare di self-love; rughe per rompere il tabù; cellulite per il coraggio strategico. Ma tutto resta in una logica di visibilità e consumo.

“Mi vedo, dunque sono”

Un tempo c’era lo specchio. Ora c’è il filtro Glow Glam Summer 4K+.
Un tempo ci si guardava per controllare se si avevano le ciglia dritte. Ora ci si fotografa per verificare se si esiste.
Un tempo, se volevi mostrarti, mettevi il vestito buono, andavi a una festa e cercavi di incrociare lo sguardo di due, tre, dieci persone. Ora basta premere invio e potenzialmente la tua faccia è in pasto al mondo intero.

Di questi tempi, un pollice distratto può giudicare il tuo corpo in 8 nano-secondi. Ti serve un fiat per sembrare disponibile ma non svenduta, autentica seppur filtrata, fiera ma non arrogante, empowered ma senza disturbare troppo.

Benvenuti nell’era del selfie permanente, dove il corpo non è solo visto, ma offerto, modulato, performato e valutato.
Non da Dio, né dalla mamma. Ma dall’algoritmo.

L’identità come performance visiva

Erving Goffman (La vita quotidiana come rappresentazione, 1956) sosteneva che la nostra identità si costruisce attraverso performance sociali: scegliamo che volto mostrare a seconda del pubblico. Oggi, il “pubblico” è potenzialmente globale, distratto e impietoso, e la performance è continua: un selfie al mare, uno al mattino, uno con la posa “casuale ma studiata”...

La nuova frontiera dell’identità è visiva, selettiva, parzialmente taroccata.
Ma, attenzione: non per questo meno reale. E dietro ogni selfie c’è una domanda silenziosa: Mi vedete? Mi riconoscete? Mi desiderate?.

Il corpo come capitale

Pierre Bourdieu parlava di "capitale sociale" e "capitale culturale".
Oggi dovremmo aggiungere: capitale corporeo esposto. Più il tuo corpo è conforme alle aspettative estetiche del momento, più accumuli: like, validazione, visibilità, accesso simbolico alla categoria "desiderabile".

Ma se il corpo smette di essere mostrato, o smette di aderire? Sparisce. O peggio: diventa ridicolo.

Nel suo libro Empowered: Popular Feminism and Popular Misogyny (2018), Sarah Banet-Weiser spiega come il femminismo popolare online spesso finisca per riprodurre le stesse logiche di branding che dovrebbe criticare: esponi il tuo corpo per "celebrarti", ma solo se quel corpo piace, è utile, vende.

In generale, non è più il corpo femminile ad essere sessualizzato "dagli altri": è la persona che, in cerca di visibilità, si fa brand.

La selfie economy - come la chiama Jessa Lingel in The Gentrification of the Internet (2021) – è fondata sulla autocapitalizzazione dell’esistenza: la persona si trasforma in contenuto per ottenere attenzione; l’attenzione diventa moneta sociale; il corpo si carica di valore solo se cliccato.

Il selfie come rito post-femminista

Susan Bordo (Unbearable Weight, 1993), analizzava la tensione tra il corpo femminile reale e quello normativo imposto dalla cultura.
Oggi quella tensione si è fatta algoritmo: più ti mostri, più esisti. Ma solo se ti mostri bene.
Il corpo non è più privato, ma curato per l’esposizione, come un bonsai emotivo da offrire all’attenzione altrui. Il corpo che non si mantiene giovane, levigato, reattivo, fallisce non solo nella seduzione, ma soprattutto nell’ontologia social.

E allora: i glutei si mostrano per parlare di self-love; le rughe si filmano per rompere il tabù; la cellulite si esibisce con coraggio strategico. Ma tutto resta dentro una logica di visibilità e consumo.
Il corpo altro non è che una forma di marketing identitario.

Come nota Liliana Radonić nel saggio collettivo Body and Society in the Digital Age (2020), la visibilità corporea non è mai neutra. È sempre attraversata da norme culturali, stereotipi razziali, gerarchie estetiche, e algoritmi che decidono chi merita di essere visto.

Perciò sì, puoi anche dire Mi accetto come sono. Ma se non lo dici con una foto buona, luce naturale e caption accattivante, nessuno ascolta. O peggio: ti deridono.

E allora? Liberazione o nuova schiavitù?

Eva Illouz, ne Le emozioni capitaliste, suggerisce che oggi il desiderio non è più libero, ma prodotto e ottimizzato. Anche quello di piacersi, anche quello di mostrarsi.
Perché se non ti fai vedere… non sei. Ma se ti fai vedere troppo… sei "una che se la cerca".

In conclusione

Un selfie al giorno non leva il medico di torno.
Mostrare il proprio corpo online è come gridare Eccomi! in una stanza piena di specchi: alcuni specchi ti applaudono; altri ti rimandano l’immagine distorta. Ma alla fine resti lì, riflessa, in cerca di conferma: in posa, ma stanca.
Il paradosso è che oggi per essere libere dobbiamo essere sempre visibili. E per essere visibili, dobbiamo essere perfette. Oppure ironiche. Ma perfette anche lì, eh!